28 Set DIARIO DI BORDO – giorno 4
Ultima giornata in Sicilia per i ragazzi degli istituti Alberghetti e Paolini di Imola, vincitori del concorso “Immagina Imola”. Il viaggio si è concluso nell’Alto Belice Corleonese, dove memoria, legalità e restituzione dei beni confiscati alla mafia scrivono una storia unica, di cui la cantina “Centopassi” è uno degli esempi più significativi.
La quarta tappa del viaggio è iniziata con una domanda. Caterina Pellingra, mediatore culturale di Libera, il g(i)usto di viaggiare. Settore turismo responsale, ha chiesto ai ragazzi perché una cantina così distante da Cinisi e dalla vicenda di Peppino Impastato sia stata chiamata “Centopassi”. La domanda, rimasta sospesa durante la visita, ha continuato ad animare la curiosità dei ragazzi per tutta la giornata.
Francesco Citarda, Presidente della cooperativa Placido Rizzotto-Libera Terra, ha raccontato la nascita di un progetto che da oltre vent’anni trasforma beni sottratti alla criminalità organizzata in occasioni di lavoro e sviluppo. Centopassi è oggi l’anima vitivinicola delle cooperative Libera Terra nell’Alto Belice Corleonese, con produzioni biologiche nate sui terreni confiscati alle mafie.
«La restituzione non riguarda soltanto la proprietà – ha spiegato Francesco – ma il lavoro, la qualità delle produzioni e la bellezza del territorio. Crediamo che il compito della cooperazione sia rendere un luogo migliore, un luogo in cui sia bello vivere».
Una restituzione, dunque, che non si esaurisce nel passaggio di un bene dalle mani della criminalità a quelle dello Stato, ma che acquista senso quando quel bene torna realmente alla comunità. Significa creare occupazione, produrre ricchezza in modo trasparente, valorizzare il paesaggio e dimostrare che proprio nei luoghi segnati dal potere mafioso può nascere un diverso modello di sviluppo.
Francesco ha ricordato anche le difficoltà dei primi anni: la paura, la diffidenza e la complessità di costruire un’impresa in territori dove il peso della presenza mafiosa era ancora molto forte. La forma cooperativa ha rappresentato fin dall’inizio uno strumento per condividere responsabilità, lavoro e progetto.
Una filosofia che passa anche dal modo di coltivare: «Per noi l’agricoltura è biologica: non può sfruttare né il terreno né chi ci lavora, altrimenti non puoi chiamarla agricoltura». Il valore del prodotto, dunque, non sta soltanto nella qualità finale, ma anche nei metodi di coltivazione e lavorazione dei prodotti.
Dopo la cantina, il gruppo ha raggiunto l’agriturismo Portella della Ginestra, anch’esso nato dal riuso di un bene confiscato, trasformando un luogo legato alla mafia in uno spazio di accoglienza e lavoro. Anche qui il significato della restituzione diventa concreto: un territorio un tempo associato alla sopraffazione diventa luogo di incontro, produzione e ospitalità.
L’ultima tappa è stata il Memoriale di Portella della Ginestra. Qui, il 1° maggio 1947, la banda di Salvatore Giuliano aprì il fuoco sui lavoratori riuniti per la Festa del Lavoro, uccidendo undici persone. Una pagina fondamentale e ancora in parte irrisolta della storia italiana, segnata dall’intreccio tra banditismo, mafia e interessi politici e sociali.
Ed è qui che Paolo, uno degli studenti, ha trovato una risposta alla domanda iniziale: «Questo è uno dei primi capitoli della lotta alla mafia. Da allora sono stati fatti tanti altri passi, come la confisca e la restituzione delle terre. Ogni vittoria è un passo in più. Forse è proprio per questo che quella cantina si chiama Centopassi».
Un’immagine che chiude anche il viaggio: quattro giorni e molti passi dentro una storia che, da queste terre, continua a parlare al presente ai giovani, indicando un modo di fare cooperazione che impatta il territorio in modo concreto rendendolo migliore, un posto in cui sia bello vivere.

